Corvus Corax In Taberna
Ovvero di come lei mi è apparsa mentre lentamente mangiava fragole e ciliegie in modo decisamente sensuale.
1)Racconto
CAPITOLO I
Il grande orologio verde a parete, in cucina, segnava le 23.00. Su tavolo dal pianale di cristallo v erano ancora gli avanzi della cena. Bagliori blu provenivano dalla stanza accanto. C’è una televisione accesa su un vecchio film in bianco e nero. Il volume è molto basso. Sulla poltrona foderata di verde Gabriele dorme. Non aveva prestato attenzione al film. Anzi si era dedicato allo strapparsi il peli dal naso. Gli piaceva quella sottile puntura, quel piccolo dolore che sentiva quando il pelo veniva via. Ma il compiacimento più grande era un altro. L’osservazione del pelo. Tanto era più grande tanto più grande era la soddisfazione. Ma non contavano solo le dimensioni. Quanto anche la grandezza della radice. Quel puntino bianco posto a una estremità del pelo mediante il quale questo si àncora alla mucosa interna. Una radice di discreta grandezza unita a un pelo di lunghezza “importante”. Questo si che gli dava quel sottile e consapevolmente schifoso compiacimento. Ma si era addormentato. Qualche bicchiere di troppo di Nero d’Avola, il suo vino preferito, sicuramente aveva aiutato.
Il vento fresco che penetrava dalla finestra spalancata addolcendo la notte estiva, rendeva tutto più piacevole.
Ma il telefono iniziò a squillare insistente. Una volta, due, uno squillo ancora. Gabriele aprì gli occhi e cercò faticosamente di focalizzare la situazione. Si alzò e a piedi nudi andò verso il corridoio. Ma prima di alzare la cornetta sfilò una sigaretta dal pacchetto di Lucky Strike poggiate vicino il telefono accendendola mentre rispondeva.
-Pronto? Oh sei tu Anna..
No non dormivo non mi disturbi Ma c’è qualche problema?
Ah hai litigato ancora con tuo marito. Se vengo da te? Ma è tardi sono stanco
D’accordo però non piangere dai vengo subito. Si, si vengo subito.. prendo la macchina e corro da te.
Messo giù il telefono Gabriele sbuffò e allungò lo sguardo verso il grande orologio che campeggiava su una parete della cucina. Spense la sigaretta, infilò un paio di pantaloni e prendendo chiavi e sigarette uscì di casa piuttosto contrariato.
In strada c’era silenzio e la solita brezza fresca. Si avvicinò alla sua macchina e notò una lunga riga su di una fiancata e un bigliettino, un post-it:”Se parcheggi ancora qui te rompo er culo” Non poteva credere a quanto leggeva. Appallottolò il biglietto e montò in auto maledicendo i telefoni.
Per fortuna un mercoledì sera a quell’ora per strada non c’è traffico e Gabriele iniziò a rilassarsi anche perché alla radio passavano una di quelle vecchie canzoni italiane degli anni ‘60 che tutti conosciamo a memoria e alle quali pensiamo sempre con un sorriso di compiacimento.
Ormai cantava ad alta voce quando a un certo punto la macchina ebbe un sobbalzo. Si fermò di colpo, spense il motore e scese.
Un uomo era disteso sull’asfalto. Gabriele quasi in lacrime, terrorizzato gli si avvicinò per verificare le sue condizioni. “adesso mi avvicino e si rialza,mi avvicino e si rialza . Che mi levino la patente che mi facciano pagare una multa infinita ma cristosantostrisciante fa che non sia morto” pensava. Quando gli fu vicino l’uomo gli puntò una pistola a pochi centimetri dal viso e disse – << Ma no no non si preoccupi! E solo un graffio vede? Si tranquillizzi!>> All’uomo certamente non mancava l’ironia. <<Guarda guarda ti faccio vedere>> Cercò di sollevare una gamba dei pantaloni per mostrare il graffio e non riuscendoci con una mano, mise la pistola tra i denti e finalmente sollevò un po’ i pantaloni di un orrido colore arancione. << Uh no, forse questo e dell’incidente passato, ma vabbene dai non importa>>
Gabriele ci capiva veramente poco ma nonostante l’uomo avesse una pistola disse
-<<Guardi mi dispiace, fortunatamente non si è fatto male>>
-<<Ma cosa dici, anzi hai fatto un ottimo lavoro!>>
-<<Ma ma, io l ho appena investita>>
-<<E allora?>>
-<<E allora?>> rispose Gabriele sempre più stupito
-<<E allora non vedo il problema. Perché tu si? C’è qualche problema? Non ne vedo. Problema? Problema dove sei? Non rispondi? Non ci sei?>> sorrise a Gabriele e aggiunse <<Mi sei simpatico ragazzo. Davvero. Mi piaci>>
Gabriele tentò di dire qualcosa ma fu subito zittito dall’uomo <<Si si mi hai investito come mi hanno investito la settimana scorsa e quella prima e ancora prima; devo continuare? >>
-<<E perché mi sta puntando una pistola?>>
-<<Ti credevo un tipo sveglio ma mi deludi. Ahh non ci sono più i ragazzi di un tempo. Mi piange il cuore nel vedervi così>>
Così dicendo abbassò la testa come se fosse realmente dispiaciuto. La rialzò di scatto e disse velocemente :<<Ma è ovvio che adesso ti porterò via la macchina>>
Gabriele, lo guardò salire sulla sua auto , avviarla e iniziare a muoversi, quando si fermò bruscamente. Il rapinatore scese corse verso di lui e sempre puntandogli la pistola disse:
- <<Dai dai che quasi dimenticavo, Su dammi il portafogli>>
- <<La prego i soldi no>>
- <<Non ho tempo da perdere e ho fretta>> disse alzando la voce.
Gabriele non potè far altro che consegnare il portafogli e non appena questo fu nelle mani del rapinatore vide il calcio della pistola arrivargli sulla fronte. Un dolore acuto e cadde a terra privo di sensi.
CAPITOLO II
La casa sapeva di muffa,umidità e squallore diffuso. Immondizia traboccava da alcune buste gettate vicino l’ingresso. Le luci sono spente ma il silenzio è interrotto da una voce maschile:
-<< Visto te lo dicevo io che c’era.>> Era una voce anziana, a cui rispose un’altra voce anziana, questa volta era una donna:
-<<Ma stai zitto Natale, sempre a parlare sempre a lamentarti>>
-<<Angelica, non mi sembra male questo>>
Lei rispose con tono irrisorio: -<< Si come quello della settimana scorsa>>
-<<Perché cos hai da lamentarti eh?>>
-<<Sono stata due settimane a let…>> -<<Shhhhh>> fu interrotta <<si sta svegliando>>
Gabriele steso su di un materasso, aprì gli occhi. Aveva un fortissimo mal di testa e non riusciva a focalizzare le figure che gli stavano di fronte.
-<< Giovanotto sta bene? Ma guarda quanto carino!>> fece la vecchia
-<<Stai zitta e aiutami a spostarlo piuttosto>>
Gabriele svenne nuovamente.
Si risvegliò circa un’ora più tardi. Il mal di testa era sopportabile adesso. Si passò una mano sugli occhi e si guardò intorno. Era adagiato su di un vecchio letto posto vicino ad una parete scrostata che chissà quanto tempo prima erano state dipinte di un giallo chiaro. C’era una finestra dagli infissi di legno e un vecchio mobile cadente nell’ angolo più lontano. Il tutto era rischiarato dalla luce fioca che filtrava dalla stanza adiacente. Gabriele si alzò e si avvicinò alla porta. Da quella posizione poteva intravedere ciò che avveniva nella stanza che capì essere la cucina e sentire distintamente le voci che vi provenivano.
-<<Troppo duro è troppo duro>> era la voce acuta della donna <<No ma tu insisti sempre,”prendiamolo prendiamolo” dici. Aveva ragione mia madre a dire che non avevi gusto>>
-<<Si si tua madre sempre tua madre. Io..>> rispose il marito <<io faccio questo laoro da quando avevo dodici anni. Io>>
-<<Sarà. Ma è duro. Duro e acidulo. Natale non sai cucinare ammettilo.>>
-<<Io nel 1943..>>
-<<E basta con questa storia della guerra Natale>>
-<<Zitta e fammi finire. Io nel 1943 andavo a prenderli su in montagna nei bunker. E non sai quanti erano e spesso li trovavo già a pezzettini e ci sfamavo tutta a famiglia>>
-<<Si si ma s lasciavi fare a me..>>
-<<Ma se lasciavo fare a te cosa? Ma cosa? Che l hai lasciato due giorni in frigorifero e saranno stati almeno 90 chilogrammi e tu, tu che non vuoi mai buttare via niente>>
-<<Non si butta via niente. E’ peccato>>
-<<Beh dai Angelica adesso vedremo com’è questo nuovo..>> e prendendo un lungo coltello sorrise alla moglie <<e vedi sia pronto per il pranzo della domenica. Ricorda che mi piace ripieno..>>
-<<Lo so lo so non ti lamentare sempre>> concluse la moglie mentre con un mestolo sollevava una mano umana dalla pentola che bolliva sul fuoco
Gabriele sebbene inorridito trovò la forza per lanciarsi di corsa verso la porta d’ingresso precipitarsi giù per le scale e giungere finalmente nuovamente in strada.
-<<Cazzo cazzo la polizia devo chiamare la polizia>> pensò toccandosi le tasche dei pantaloni finchè si ricordò di aver lasciato il telefono sul sedile della macchina. Cominciò a camminare per allontanarsi il più possibile dal palazzo da cui era fuggito, sempre più velocemente fino a correre per le strade.
Dopo aver percorso numerose stradine si trovò in una piazza. Un gruppo di teppisti stava picchiando un ubriaco, forse un barbone. Gabriele pensò di allontanarsi in silenzio, dopo quello che era successo quanto gliene poteva importare di quello che stava vedendo? Ma era troppo tardi , uno dei teppisti l aveva visto e gli si avvicinò velocemente puntandogli un grosso bastone.
-<<Ehi figlio di puttana m hai dato della testa di cazzo? Eh? M hai dato della testa di cazzo?>>
-<<Ma no..no..>>
-<<Testa di cazzo a me? Eh frocio?>>
Gabriele non pensò nemmeno a rispondere ma si voltò e iniziò a correre, veloce come mai aveva fatto , pensando che se se la sarebbe cavata questa volta avrebbe seriamente smesso di fumare.
Evidentemente aveva corso veramente veloce. Non era più inseguito. Sull’ altro lato della strada scorse un uomo di spalle. Vestiva con un lungo impermeabile, un’inusuale bombetta in testa e un ombrello.
Gabriele lo toccò su una spalla :
-<<Mi scusi,avrei bisogno di aiuto>>.
L’uomo, che intanto si era voltato rispose .
-<<Certo, la capisco benissimo, sono qui per questo>>
-<<No no le parlo seriamente, guardi no può immaginare cos’è successo. Bisogna chiamare la polizia>>
-<<Ma qui siamo al sicuro e lo sa perché?>>
Gabriele scosse la testa.
-<<Perché ho qui con me questo,l’ombrello. Quando accadrà io l’aprirò e qui sotto saremo al sicuro>>
-<<Ma che sta dicendo? Che cazzo d notte è questa? Cosa deve accadere?>>
-<<Cadranno le stelle. Questa notte. Ma c’è posto per entrambi sotto l’ombrello. Ci salveremo. Stia tranquillo.>>
Gabriele si sedette sul marciapiede, reggendosi la testa tra le mani e chiedendosi cosa succeesse, quasi piangendo ormai.
-<<Ma cosa fa piange? Ma pensi se invece dovesse piovere la Luna! Allora si che sarebbero guai per tutti! Non pensa? Su su non faccia il timido e venga a ripararsi>>
Gabriele si alzò di scatto e iniziò a correre via.
-<<Ma dove va? Le stelle…>>
Ma Gabriele correva. Questa volta non voleva più fermarsi. No non si sarebbe fermato, avrebbe corso…
Tuttavia stremato dalla fatica si lasciò cadere sui gradini antistanti un grande portone di legno e qui si addormentò.
CAPITOLO III
Ormai era giorno. Dal portone provenne uno scatto secco e si aprì.
-<<Ma Gabriele che ci fai qui?>> era Anna. Si chinò per svegliarlo.
-<<Gabriele stai bene? Cos’è successo?>>
Si svegliò,indolenzito, e si mise a sedere.
-<<Oh Anna ma tu che ci fai qui?>>
-<<Beh questa è casa mia non ricordi?Ma cosa è successo?>>
-<<Ma ero venuto per te. Non ricordi? Me l hai chiesto tu..ma poi..>>
Anna lo interruppe bruscamente
-<<si si ma io e mio marito poi abbiamo fatto pace, in fondo non era nulla, una sciocchezza. Ma sai come sono fatta, esagero sempre! Non sapevo bene come fare e ti ho chiamato. Comunque potevi citofonare, non avresti disturbato. Uh ma scusami che scema è tardissimo devo scappare a lavoro. Ciao Gabriele…>>
-<<Anna, Anna aspetta>>
-<<Si? Cosa c’è?>>
-<<Hai una sigaretta?>>
cierregi